In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di Fiabe russe proibite (Milano, Garzanti, 1990), secondo Fofi, Pia Pera portava in sé «germi inguaribilmente romantici e libertari, quando non libertini» e, potremmo dire, è con questo spirito che ha affrontato, a partire da quell’inchiesta narrativa di inizio millennio, questioni legate all’esplorazione dei rapporti tra umano, non-umano e paesaggio. Questa “stranezza”, aggiungiamo noi, nasce inoltre da un percorso letterario eterogeneo che, già agli inizi del nuovo millennio, aveva attraversato la saggistica, la traduzione e la narrativa, approdando a una scrittura in bilico tra narrazione, inchiesta e memoir, e che si sarebbe poi ulteriormente trasformata in “scrittura del giardino”. A ventisei anni da quella pubblicazione e a dieci dalla scomparsa della scrittrice lucchese, la sua opera, che in anticipo sui tempi del panorama letterario italiano utilizza il giardinaggio come serio strumento di indagine culturale, è più attuale che mai.
Se, fin dagli esordi letterari con la raccolta di racconti La bellezza dell’asino (Venezia, Marsilio, 1992) e con il romanzo Diario di Lo (Venezia, Marsilio, 1995) appare chiara la volontà della scrittrice di capovolgere i punti di vista e gli stereotipi e di dare voce e corpo ai margini, questa volontà permane anche nel dare voce ai longomaiani della comunità agricola Longo maï e alla guerra che la modernità conduce contro il mondo rurale. D’altronde, si potrebbe risalire ancora più indietro nel tempo per rilevare come, nell’evoluzione del pensiero di Pera, abbia avuto un ruolo centrale l’influenza dello studio della questione dei Vecchi Credenti russi, che a metà del Seicento si opposero alla riforma della Chiesa ortodossa operata dal patriarca Nikon, e la traduzione di un’opera centrale nella letteratura russa, la Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso (Milano, Adelphi, 1986). Si tratta di un testo intriso di saperi contadini, caratterizzato da un linguaggio preciso, attento e a tratti rude, che prepara le basi di una vera e propria resistenza nei confronti della modernità.
L’attenzione di Pia Pera al territorio, al mondo vegetale, alla natura, e agli effetti che l’azione dell’uomo svolge su di essa non nasce insomma improvvisamente, e questa esplorazione si profila con alcuni articoli e reportage a partire dalla metà degli Novanta. Dal 1998 Pera inizia la collaborazione con “Diario”, periodico fondato nel 1996 come inserto settimanale de l’Unità e poi diventato testata indipendente nel 1997, pubblicando diverse inchieste su iniziative legate al mondo rurale, a curiosità orticole, ma soprattutto denunciando paesaggi minacciati o pratiche antropiche che mettevano in pericolo la biodiversità. Risale al 2003 un’inchiesta sul taglio dei boschi in Toscana che scatenò una serie di botta e risposta tra l’allora presidente della Regione Claudio Martini, i rappresentanti di diverse associazioni ambientaliste e i lettori della rivista.
Ma è certamente attraverso la scrittura di una serie di libri dedicati all’«orto-giardino», pubblicati tra il 2003 e il 2016, anno della prematura scomparsa della scrittrice, che si chiarisce la sua letteratura originale, che riprende un «topos fondamentale dell’immaginario umano» (Raccontare i giardini, Milano, Guerini e Associati, 1993) quale è il giardino, per affrontare questioni cruciali legate all’abitare il pianeta. Se, per Rosario Assunto, filosofo tra i massimi studiosi del giardino e ambientalista in prima linea negli settanta «la perfezione del paesaggio è la simultaneità di fiori e di frutti» e «nel giardino assoluto, l’idea di giardino, natura da contemplare, coincide con l’idea di frutteto, natura utile alla vita» (R. Assunto, Il paesaggio e l’estetica, Napoli, Giannini Editore, 1973), l’orto-giardino di Pia Pera è «un impulso ostinato» a conciliare queste due filosofie (P. Pera, L’orto di un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano, Milano, Ponte alle Grazie, 2003). Nell’area Mediterranea, luogo tra i più antichi del pianeta ad essere stato antropizzato, il giardino è per eccellenza il luogo di incontro e di interazione tra umano e natura, ma è anche un luogo strettamente legato alle pratiche agricole, al paesaggio agrario e rurale, in interazione costante con il paesaggio e nel quale l’adagio oraziano del miscere utile dulci rappresenta il punto di incontro di un’azione virtuosa dell’uomo. Giardino mediterraneo, luogo di molteplicità nel quale «il cavolo non contraddice la rosa» (Pierre Lieutaghi, in Louisa Jones, Manifeste pour les jardins méditerranéens, Paris, ActesSud, 2012), kèpos greco, questo giardino è un invito a ripensare il nostro rapporto con la terra anche oltre il «recinto», perché come scrive Pia Pera:
«Le circostanze esteriori del nostro giardinare sono del tutto irrilevanti. Come la mente, come il cuore, come lo stato d’animo, il giardino interiore è altrettanto ubiquo del giardino planetario. Questa è una bella notizia: non è affatto indispensabile possedere un giardino. La felicità donata dalle ore a contatto con le piante e la terra nasce non appena ci viene data l’opportunità di soddisfare il nostro impulso a prenderci cura, se non del mondo intero – chi mai potrebbe – almeno di un suo pezzetto» (Pia Pera, Le virtù dell’orto, Milano, Ponte alle Grazie, 2016).
Il testo qui riprodotto rielabora i temi presentati al convegno tenutosi il 14 marzo scorso a Lucca, nell’ambito della manifestazione “Sui sentieri di Pia” (marzo-ottobre 2026) curata – a settant’anni dalla nascita della scrittrice – dalla Fondazione Giuseppe Pera [NdR].
N.B.: L’articolo della Dott.ssa Elisa Veronesi è stato pubblicato sulla rivista online “perUnaltracittà”, sul sito web “La città manifesta”.

